Per una didattica integrata nell’era del digitale

Dopo una lunga pausa si riparte! Tante le novità nel bene e nel male, ma nonostante tutto ancora non si è sopito il desiderio di partecipare al processo di innovazione in atto nella scuola, tra incertezze, difficoltà, ma anche buone idee. E quindi di nuovo in campo, questa volta come Animatore Digitale del mio Liceo, la nuova figura introdotta dal PNSD in tutte le scuole e che insieme al Team dell’innovazione dovrebbe favorire la capillare diffusione del digitale nella pratica didattica quotidiana. Mi aspetta un percorso di formazione impegnativo ma ricco di stimoli, come delineato con grande competenza, impegno e passione dall’ottimo Servizio Marconi dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna.

Nell’ambito di un’attività di formazione per Animatori Digitali della Zanichelli, mi è stato chiesto di realizzare un breve spot per una didattica digitale integrata. Ho utilizzato Animoto in versione trial, uno strumento che online,  in men che non si dica, con qualche foto e un paio di scritte, realizza filmati carini e divertenti.

La gioia intellettuale: uno stimolo straordinario ad acquisire nuove conoscenze

Oggi ho letto la bellissima lecture che Jorge Wagensberg, già direttore del Museo della Scienza di Barcellona, fisico illustre e ottimo divulgatore, terrà domani alla Fondazione Antonio Ruberti e non ho potuto fare a meno di appuntarlo nel Blog per condividerlo e per averlo sempre a portata di mano, soprattutto quando nel mio lavoro di insegnante mi sento scarica e senza idee. Il pezzo si basa su un’idea semplice ma efficace allo stesso tempo e cioè che la molla che spinge al sapere è quella che l’autore chiama felicemente la gioia intellettuale che scaturisce dall’acquisizione di nuove conoscenze, in grado persino di generare una sorta di dipendenza. La sfida per noi insegnanti sta proprio nel mettere in condizione i nostri studenti di provare questa gioia, di viverla e riviverla tante e tante volte a scuola e non solo.     

Il Sole 24 Ore, 7 novembre 2010

Jorge Wagensberg

All’inizio della vita animale, quando nessun organismo vivente possedeva una propria mobilità, cioè quando gli organismi erano ancorati a un punto nello spazio, come i cirripedi, o quando andavano alla deriva come le meduse, quantunque mangiassero, ciò avveniva in modo casuale. Si mangiava perché si incontravano particelle di nutrienti che passavano di lì.

Questa semplice strategia funziona se l’ambiente è sufficientemente ricco di sostanze nutritive. In caso contrario, per aumentare la probabilità di nutrirsi non c’è altra scelta che "inventare" la mobilità. Se una particella di cibo passa vicino, a meno che non sia troppo lontana, che non vada perduta! Ciò che è necessario è un movimento minimo, ma finalizzato. Non un movimento qualunque, ma uno preciso affinché la particella non sfugga. Tuttavia se nessuna particella di cibo ci passa vicino, allora il movimento necessario diventa molto più drastico e sofisticato. In questo caso sono necessari non solo un buon metodo per orientarsi, ma anche un metodo per seguire le tracce del possibile pasto. Non si tratta più di avere un ultimo piccolo aiuto, ma di organizzare un’«uscita» con il fine ultimo di trovare il nutrimento. Il cervello è stato inventato per questo:per uscire di casa. E una delle sue caratteristiche, la memoria, per tornare indietro! Ha avuto inizio così, più di 500 milioni di anni fa la corsa verso la conoscenza intellegibile per compensare i capricci dell’incertezza.

La conoscenza è quindi una funzione vitale, come respirare, avere cura della propria salute, mangiare e riprodursi… Tuttavia, conoscere, capire la realtà, è la funzione vitale più recente e la selezione naturale non ha avuto il tempo di scegliere uno stimolo vitale che ce la renda indispensabile, come la fame, la sete, il desiderio sessuale, il piacere o il dolore…

O, forse si? C’è qualcosa che merita di essere chiamata «gioia intellettuale»? qualcosa di simile a una ricompensa mentale che viene associata agli indizi di una nuova comprensione? C’è forse un piacere mentale che favorisce l’acquisizione di nuove conoscenze, così come esistono una gioia o un dolore che favoriscono la nutrizione, la riproduzione sessuale o il mantenimento di uno stato minimo di salute?

Supponiamo che ciò esista e chiamiamola «gioia intellettuale». Fortunatamente è più facile provare che esiste, che non il contrario. Per dimostrare che la gioia intellettuale esiste basta che qualcuno l’abbia sperimentata e, per semplificare il processo e accorciare la trafila, mi offro come testimone. Dichiaro solennemente: sì, ho sperimentato la gioia intellettuale. Posso anche aggiungere di avere provato tre tipi di gioia intellettuale, uno per ogni fase del processo di acquisizione di nuove conoscenze, che, curiosamente, hanno qualcosa a che fare con i tre requisiti fondamentali per creare conoscenza scientifica. Cioè: 1. La gioia intellettuale per gli stimoli e il principio dialettico della scienza; 2. La gioia intellettuale per il dialogo e il principio di oggettivazione della scienza; 3. La gioia intellettuale per la comprensione e il principio di intelligibilità della scienza.

Credo sinceramente che l’istruzione primaria, secondaria e superiore potrebbe essere rinnovata (forse rivoluzionata) sulla base di questa idea. E che ogni museo possa ripensarsi sin dalle sue radici attraverso di essa. Lo illustrerò brevemente, con esempi tratti dalla moderna museografia scientifica.

La gioia intellettuale per gli stimoli. È associata a due tipi di paradosso, che si possono verificare tra ciò che si sta comprendendo e quello che si sta osservando. Il primo è un paradosso di contraddizione: io credevo di aver capito A,mentre sto osservando la negazione di A (non-A.). Questa collisione mentale produce uno stimolo intenso che ci spinge a cercare di recuperare una coerenza. Per far ciò abbiamo due opzioni: o cambiare idea o cambiare il modo di osservare. Il secondo è un paradosso di incompletezza: sto osservando A, ma non sto capendo né A né non-A, In questo caso la collisione mentale è causata da un vuoto: non ho una teoria per quello che sto osservando. Entrambi i paradossi possono fare scaturire una forte gioia intellettuale. Conseguenza: nessun sistema di trasmissione della conoscenza (nessuna pedagogia) deve nascondere i suoi paradossi. Al contrario, deve scovarli e utilizzarli. In entrambi i casi, il principio dialettico obbliga a risolvere i paradossi, che è ciò che costringe la scienza a progredire. Un esempio museografico per il paradosso di contraddizione. In un terrario sembrano esserci solo rami e foglie secche, improvvisamente il visitatore attento si accorge che la scena è piena di insetti immobili (non corrono perché in condizioni naturali sarebbe pericoloso). Il mimetismo è la spiegazione. Un esempio museologico del paradosso di incompletezza: il visitatore si avvicina a un liquido la cui superficie non è orizzontale, ma mostra capricciose montagne liquide: scopre il comportamento di un ferro fluido in presenza di un campo magnetico.

La gioia intellettuale del dialogo. È associata a qualunque forma di dialogo, quando il ciclo tra due interlocutori non si chiude, né chiude le opzioni, bensì le apre. I dialoganti si ascoltano, invece di ascoltare ognuno se stesso. Ogni volta che il ciclo si apre, per evitare di girare come una trottola, e disegnare una cicloide, vi è la gioia del dialogo. È il principio di oggettivazione nella scienza: l’osservazione deve modificare meno possibile ciò che viene osservato. Il premio è l’universalità del sapere. Ecco un dialogo che culmina nella gioia intellettuale in un museo. Di fronte al fossile della prima pianta acquatica che ha conquistato la terra ferma: – «Perché le piante terrestri sono quasi tutte verdi?». -«Perché lo sono state sempre». -«Prova di nuovo…». -«Perché metabolizzano la luce del sole con la clorofilla, che è un pigmento ». -«Ecco, così va meglio. Ma nel mare ci sono piante di tutti i colori, che usano la clorofilla». – «Wow! Vero. Ma la vita ha avuto inizio nell’acqua, e la prima pianta che raggiunto la terra ferma, la Cocsonia, era verde!!» – «Beh guarda, se invece di essere verde fosse se stata rosa, allora ci troveremmo nel paesaggio più banale della galassia …».

La gioia intellettuale della comprensione. È il momento della verità: il terzo principio assume che la realtà si possa capire e che comprendere non significhi descrivere bensì scoprire ciò che cose diverse hanno in comune. Ci si avventura in un dialogo a seguito di uno stimolo, e la comprensione si raggiunge attraverso il dialogo. La gioia mentale per il fatto che si accede a una nuova comprensione crea dipendenza per nuove conoscenze. Forse è difficile realizzarlo in una classe, ma non in un museo. Esempio museografico: in un museo si espongono quattro fossili in ciascuno dei quali un pesce sembra inghiottirne altro. Come è possibile che sia così comune che il processo di fossilizzazione sorprenda un pesce proprio nel momento in cui ne sta inghiottendo un altro? Alla comprensione si arriva scoprendo ciò che hanno in comune i quattro reperti: il pesce grande è troppo piccolo per mangiare un piccolo che è troppo grande.

False credenze: attenti alle trappole della rete

Fonte: la Repubblica

Le false credenze: come si alimentano e perché le alimentiamo

Per difendersi non serve la censura ma piuttosto "una consapevolezza sociale diversa dei danni che possono provocare". Uno studio scientifico sui "rumors" fatto da Sunstein: "Hanno una base razionale, solo lo scetticismo ci può salvare"

Molte voci sono invincibili: come la tesi secondo cui l´Aids sarebbe stato trasmesso dalle scimmie all´uomo

di FEDERICO RAMPINI

Internet: motore di diffusione di voci incontrollate, credute ciecamente da un´opinione pubblica polarizzata, divisa in bande, esposta a derive estremiste. E´ una visione sinistra. Soprattutto se a dipingerla è uno dei più autorevoli giuristi americani, consigliere di Barack Obama per le leggi sull´informazione.

"Rumor". In italiano: dicerìa, voce, pettegolezzo. Tra le varie traduzioni è meglio "voce", il termine più neutrale, perché a volte le voci sono vere. Sottoponiamoci a una prova. Quanti di noi credono che i primi casi di Aids in Africa siano nati da contatti sessuali fra esseri umani e scimmie? Quella tesi resiste. Pur smentita da decenni, ha una sua vita autonoma, imperturbabile. Cos´è che rende certe voci invincibili? Quanto siamo vulnerabili a questa particolare forma di diffusione dell´informazione? Secondo lo studioso americano Cass Sunstein, non solo i "rumors" possono rovinare tante vite individuali, ma costituiscono una minaccia mortale per la democrazia. Dobbiamo imparare a difenderci. Perciò è essenziale capire la forza di questo formidabile fenomeno. E´ il tema del suo saggio On Rumors appena pubblicato a New York da Farrar Strauss and Giroux. Nel sottotitolo spiega: "Come si diffondono. Perché ci crediamo. Cosa si può fare". Sunstein finì di scriverlo un anno fa quando ancora era docente alla Harvard Law School. In seguito Obama lo ha voluto alla Casa Bianca in un ruolo chiave: dirige l´Office of Information and Regulatory Affairs, un organo cruciale per le regole sull´informazione.

Le voci sono antiche quanto la storia umana. Siamo immersi quotidianamente in questo rumore di fondo. Dal pettegolezzo falso di un collega malevolo che vuole rovinarti sul lavoro, fino alle indiscrezioni pilotate per nobili motivi, per cause altruistiche, per fare avanzare un´agenda politica. Internet, avverte Sunstein, le rende più insidiose, pervasive, ubique. E impermeabili ai fatti. Ne sa qualcosa Obama: dall´inizio della sua campagna presidenziale lo insegue la voce che lui non è nato in America, ed è di religione islamica. Le confutazioni fattuali non sono servite. Tuttora una fetta di popolazione americana resta convinta che lui sia un usurpatore, un alieno, un sovversivo che se la intende con i terroristi. E se un giorno questa voce dovesse armare un fanatico, deciso a uccidere il primo presidente afroamericano?

Sunstein analizza la forza micidiale delle voci attingendo a una mole di studi scientifici, compresi alcuni esperimenti condotti su focus group. Guai a credere che solo i più ingenui, gli sprovveduti, o le frange fanatiche, siano facili prede dei "rumors". A seconda delle nostre convinzioni, "credere nelle voci è perfettamente razionale".

L´universo online non ci rende necessariamente più informati. Possiamo usare la rete per isolarci in tante "camere acustiche", ognuna delle quali è frequentata da comunità che hanno gli stessi valori, la stessa visione del mondo, i medesimi pregiudizi. All´interno di una di queste comunità, per esempio, vige il negazionismo sul cambiamento climatico: lì le teorie sul riscaldamento dovuto alle emissioni di CO2 sono considerate come delle congiure di scienziati disonesti che manipolano i dati per promuovere un´agenda verde. Un´altra comunità esemplare è quella che considera l´11 settembre 2001 come una congiura del Pentagono, falsamente attribuito a terroristi islamici: questa ha seguaci in un ampio schieramento di opinioni pubbliche antiamericane, dai paesi islamici alla Francia. In ognuna di queste camere acustiche, è irrilevante l´eventuale accumulazione di prove che smentiscono il "rumor". La fede in quella determinata voce è rafforzata dal meccanismo di polarizzazione di gruppo: quando si riuniscono persone che hanno le stesse idee, il dialogo li radicalizza nelle loro convinzioni.

E´ la conclusione del celebre "esperimento del Colorado" descritto da Sunstein, un test effettuato proprio stimolando dibattiti tra gruppi di persone dalle ideologie affini. Al termine dell´esperimento, anche coloro che all´interno di un gruppo erano in partenza moderati, alla fine sposavano posizioni estreme. Quella che Sunstein definisce "la catena del conformismo" produce all´interno di ogni gruppo un´accettazione acritica delle voci che rafforzano pregiudizi e avversioni pre-esistenti. Coloro che hanno dei dubbi su un "rumor" poiché lo trovano inverosimile, finiscono per aderirvi pur di non sfidare la sanzione sociale del gruppo. «Su Internet – scrive l´autore – processi di questo tipo accadono ogni giorno. Coloro che credono certe voci, finiscono per esserne ancora più convinti anche dopo essere stati esposti a un ventaglio contraddittorio di pareri, alcuni dei quali dovrebbero smentire quella voce». E´ il meccanismo dell´assimilazione selettiva: una corazza mentale respinge le rettifiche, rende irrilevanti le controprove e le confutazioni oggettive.

Le false voci sono distruttive non solo quando sono orchestrate per diffamare singoli individui; alla lunga possono minare la stessa democrazia. «Senza un fondamento valido – scrive Sunstein – l´opinione pubblica può perdere fiducia nei leader, nelle loro politiche, nell´idea stessa di governo». L´autore immagina lo scenario futuro di una società "distopica", in cui «i propagatori di false voci – non importa se mossi da interessi di parte o sinceramente idealisti e altruisti – sono premiati per il loro ruolo, nel dispregio della verità». In una simile società «le convinzioni collettive sono il prodotto di network sociali che funzionano da camere di risonanza in cui le voci divampano come gli incendi di foresta; in cui ogni dicerìa viene accettata se mette in cattiva luce coloro che sono percepiti come avversari».

Pur essendo giurista Sunstein è convinto che l´antidoto non può essere la censura né tantomeno la guerra giudiziaria alla diffamazione. Al contrario, lui difende il Primo Emendamento e la massima libertà di cui godono i mass media americani. «La soluzione non ha nulla a che vedere con le leggi. Può essere trovata solo in un impegno di lotta al pregiudizio. Attraverso la comprensione dei meccanismi dell´informazione, occorre costruire una cultura che prevenga la distruzione delle vite individuali e delle istituzioni che hanno valore». Un futuro diverso rispetto alla società distopica, è quello in cui «i diffusori di false voci sono marginalizzati da gruppi preparati a pensare in modo autonomo; la polarizzazione è contrastata grazie a un´ampia consapevolezza sociale dei suoi danni». Un mondo di cittadini adulti «umili e consapevoli della propria fallibilità, pronti ad accettare delle verità anche quando non rafforzano i loro preconcetti». La conclusione è un invito a coltivare un moderno scetticismo, e a maneggiare Internet con la stessa lucidità con cui osserviamo le copertine dei tabloid.

Acqua, l’oro blu

In occasione del lancio del progetto "Acqua, l’oro blu" che realizzeremo nella mia scuola in tutte le classi prime, propongo un video che ben si presta come introduzione. Si tratta di alcune immagini e semplici dati che stimolano la riflessione e l’approfondimento. Siamo ancora all’inizio, ma di acqua senz’altro ne riparleremo anche in questa sede.